Le fiabe della città deserta. La passeggiata del coniglio

In questi giorni di pandemia le città si sono svuotate e sono diventate silenziose come deserti. L’unica colonna sonora sono spesso le sirene delle ambulanze, soprattutto qui a Bergamo, uno dei primi epicentri dell’epidemia di covid-19. Siamo rimasti colpiti dalle immagini degli animali selvatici che tornano per le strade: i delfini a Venezia, i cinghiali a Roma, cervi, volpi, lepri, conigli selvatici e caprioli nelle campagne, sul limitare dei boschi. Abbiamo scoperto che accade anche lungo le strade della Bergamasca. Così nascono queste fiabe della città deserta, come una carezza, come segno piccolo e delicato di speranza e di tenerezza, un invito a guardare la nostra realtà, oggi così dura, con altri occhi, per ritrovare la meraviglia e qualche frammento di bellezza. Con una dedica speciale a chi soffre, a chi veglia, a chi si sente stanco e spossato, a chi fatica a trovare la forza di lottare. Le foto sono © di Giovanni Diffidenti, scattate in città.

“C’è troppo silenzio qui”. Il coniglio allungava le orecchie, ma non sentiva alcun suono. Il vento faceva sussurrare l’erba e portava lontano le sue voci segrete. I rami degli alberi erano pieni di fiori. Il cielo era azzurro, il sole splendeva.
“Che strano” ripeteva il coniglio, e sporgeva appena il muso fuori dalla tana. Il suo naso fremeva, i baffi tremavano. L’aria era fresca e aveva un buon profumo.

La tana del coniglio era in mezzo a un prato. Poco lontano c’erano i muri della città. I profili dei palazzi disegnavano grandi rettangoli d’ombra sul terreno.Le strade di solito erano affollate, i motori delle auto facevano vibrare l’asfalto. I marciapiedi erano pieni di voci. Al coniglio piacevano le risate dei bambini. Sentiva i ragazzi chiacchierare, li guardava da lontano correre verso la scuola con gli zaini sulle spalle. Ora però non sentiva e non vedeva più nulla.

Passava di lì una lumaca. “Cosa c’è, coniglio?”
“Questa città è rumorosa. Ci sono abituato. Ma adesso no. Non ti sembra strano?”
“A me piace il silenzio” rispose, e si ritirò nella sua casetta.
Il coniglio fece un paio di salti fuori dalla tana, così, per provare. L’erba era morbida e bagnata di rugiada, come ogni mattina.

“Ciao, coniglio” lo salutò un pettirosso.
“Va tutto bene?” chiese il coniglio.
“Certo. Perché?”
“Non sento alcun rumore, non è strano?”
“Le strade sono vuote, coniglio”
“Come vuote? Cosa significa?” chiese il coniglio.
Ma il pettirosso volò via, cantando la sua canzone spensierata.

Il coniglio era molto timido, aveva paura di tutto. Non usciva se non era certo di non correre alcun pericolo. La mamma gli aveva insegnato così.
Il momento più tranquillo era la notte, le stelle in cielo illuminavano la via.

Quella mattina, però, era tutto diverso. Il coniglio fuori dalla tana si sentiva solo e spaventato e continuava a saltare sul posto. Un salto avanti, due salti indietro, un salto indietro, due salti avanti.
“Cosa fai, coniglio?” gli chiese la coccinella.
“Vorrei sapere dove sono finiti i bambini – rispose lui —. Vorrei andare a controllare, ma ho troppa paura”
“Sono sicura che puoi farcela – disse la coccinella -. Basta fare un passo alla volta”

Il coniglio ci pensò su. Guardò una lucertola correre spavalda. Era arrivata in un attimo dal prato all’asfalto, e gli gridò da lontano: “Oggi nessun bambino mi porterà via la coda”.

Allora si fece coraggio, incominciò ad avanzare con salti rapidi e precisi senza pensare alla sua tana che pian piano si allontanava.

Lungo la strada non c’era nessuno. Il coniglio si spinse dove non era mai stato, oltre il prato, vicino alle case. L’asfalto non era morbido come l’erba e gli grattava le zampe.

Tutt’intorno non c’era nessuno. Il coniglio guardava quelle strade vuote e tremava come una foglia. Non avrebbe mai creduto che il silenzio potesse essere così spaventoso. Stava per tornare indietro di corsa, quando si accorse che nella casa alle sue spalle qualcuno aveva scostato una tenda. Dietro la finestra c’era un bambino. Sembrava triste, ma quando lo vide sorrise e alzò una mano per salutarlo.

Allora il coniglio smise di tremare. Finalmente aveva scoperto che cosa stava succedendo: i bambini non erano spariti, erano solo chiusi dentro le loro case.

Il bambino aprì la finestra, chiamò forte: “Ciao coniglio, non andare via!” poi incominciò a suonare con un ritmo lento e regolare il suo tamburo e a cantare una canzone. Il coniglio allora si mise a saltare: un salto avanti, due salti indietro. Un salto indietro, due salti avanti. Era come una danza. Anche il pettirosso, che passava di lì, si mise a cantare per accompagnarlo. Il bambino li guardava e rideva.

Il coniglio era felice e tornò a lenti balzi nella sua tana. Quel giorno aveva scoperto di avere molto coraggio nel suo cuore – non l’avrebbe mai pensato – e aveva trovato un nuovo amico. I rami degli alberi erano pieni di fiori. Il cielo era azzurro, il sole splendeva. L’aria era fresca e aveva un buon profumo. Quelle strade vuote, immerse nel silenzio, non facevano più così paura.

© riproduzione riservata

Foto © di Giovanni Diffidenti, scattata in via Gavazzeni a Bergamo